COCCONATO
Chiesa della Madonna della Neve già chiesa della Pieve

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La chiesa della Madonna della Neve è edificata su un rilievo collinare tra Cocconato e Montiglio, a circa un chilometro ad est del paese. Il colle, oggi coltivato prevalentemente a vigneto, è posto tra la valle Versa e la valle di Marcellina nella quale, a partire dall’Ottocento, avvennero numerosi ritrovamenti di materiali e di reperti di epoca romana.
L’importanza storica del sito è ribadita, in epoca medievale, dal passaggio di una strada che in parte riutilizzava il percorso della strada romana esistente tra Hasta Pompeia (Asti) e Industria (Monteu da Po). Le vicende che portarono la chiesa della Madonna della Neve ad essere sede di pieve furono piuttosto complesse. A tale proposito è bene ricordare che, fino al Concilio di Trento, il territorio rurale era diviso in diocesi e queste in pievanie con a capo una chiesa in cui veniva amministrato il battesimo.
A metà del X secolo il territorio a sud del Po appartenente alla giurisdizione religiosa della diocesi vercellese «ultra Padum» risultava diviso in 12 pievi tra cui le più vicine a Cocconato erano Montiglio, Pino d’Asti, Industria, oggi Monteu da Po, grande pieve derivante dal municipium romano a cui appartenevano originariamente le chiese cocconatesi, e Moncalvo. Successivamente, nel periodo compreso tra il 1216 e il 1247, per distacco dalla pieve di Industria avvenne la formazione della pieve di Cocconato.
La prima attestazione documentale della «plebs Cochonati», sempre nella diocesi di Vercelli, è del 1250 in cui il papa Innocenzo IV dava disposizione in merito ai contrasti presenti nel territorio dovuti alle dispute tra Chiesa e Impero, regnante Federico II di Svevia, che morì lo stesso anno. Il territorio era oltretutto in balia delle liti e alleanze locali tra i vari esponenti del Marchesato del Monferrato e i signori Radicati di Cocconato, Aramengo, Monteu da Po, Cavagnolo, San Sebastiano Po.
La pieve di Cocconato, stretta territorialmente tra la diocesi di Vercelli, a cui apparteneva, e la diocesi d’Asti che arrivava fino a Cunico, era molto limitata. Nel 1299 coordinava solo cinque chiese: San Pietro de Tovo (di Tuffo), San Cristoforo di Banengo, e altre tre non ben identificabili attualmente quali Auserengum (forse contrada Ansarum, l’attuale via Rosignano), Guianengum forse Giunco poi Madonna delle Grazie e Parano (forse Pareglio) nel territorio di Passerano-Marmorito.
Nel Tre-Quattrocento le chiese ad essa soggette risultano le stesse rispetto all’elenco del 1299 con l’aggiunta di San Martino de Zongo, San Bartolomeo di Cocconito e Santa Maria di Giustinito, nel territorio di Cocconato (distrutta nel 1556 durante gli scontri tra francesi e imperiali) e San Pietro de Oregio, San Zenone e Santa Maria de Parola nel territorio di Robella. Successivamente, nel 1474, passò alla diocesi di Casale, in buona parte scorporata da quella di Vercelli. Risultava così confinante ad ovest con la pieve madre di Industria, a nord con la pieve di Cortiglione, ad est con la pieve di Montiglio, e quelle di Pisenciana (Montechiaro) e di Cunico, a sud con la pieve di Meirade (Piovà) e la potente pieve di Pino. Nel 1564 si aggiunsero Santa Maria Succiarum probabilmente Solza e la chiesa di San Sebastiano sempre a sud-est del concentrico, arrivando ad una certa consistenza patrimoniale. Tuttavia a partire dalla fine del Cinquecento, via via perse importanza e, seguendo una sorte comune alle altre pievi, decadde lasciando spazio alla chiesa parrocchiale sita alla sommità del paese, raccolta intorno al castello. Tale processo storico è evidenziato dalle risultanze dello scavo archeologico eseguito all’interno dell’edificio nel 1989, durante i lavori di ristrutturazione, da cui emerse che la chiesa originaria, ampiamente rimaneggiata e ricostruita nel corso dei secoli, potrebbe addirittura risalire al X secolo, a causa del ritrovamento di semirocchi di colonne e di un capitello cubico, a tre facce, dalle caratteristiche tipologiche altomedievali: volute a bassissimo rilievo, decorazioni a cerchi ornati da fiori stilizzati e con i canonici ovuli e fuseruole trasformati in una sequenza di fogliette. L’edificio era probabilmente a tre navate, concluso da absidi, di cui una piccola, semicircolare, è stata ritrovata durante lo scavo. Il continuo riuso dei materiali in loco avvenuto nelle ricostruzioni dell’edificio non consente ulteriori valutazioni sulle caratteristiche della pieve. L’aspetto odierno è da ricondurre all’ultima riplasmazione risalente all’inizio del Novecento in cui vennero demolite le cappelle laterali e ridotto il presbiterio della costruzione secentesca, di cui abbiamo la raffigurazione della pianta nel catasto del 1790.
Tuttavia guardandola, solitaria sulla collina che si apre verso oriente, non è difficile immaginarne il passaggio nella storia.

Bibliografia

E. EYDOUX, La strada romana da Asti a Industria, in «Il Platano», a. III (1978), fasc. 3, pp. 30-31.
A. CROSETTO, Un decennio di ricerche archeologiche (scavi 1985-1997), in Le chiese romaniche delle campagne astigiane. Un repertorio per la loro conoscenza, conservazione, tutela, a cura di L. Pittarello, 3ª ed., Asti, Provincia di Asti, 1998, pp. XLV-LI; www.centrocasalis.it/scheda/cocconato, M. Battistoni, s.d.
A.A. SETTIA, Chiese ed insediamenti nella diocesi vercellese ultra Padum: le pievi occidentali, in corso di stampa.